Non casuali sono la scelta del plurale del titolo, né del periodo di apertura a pubblico, coincidente in gran parte con la Quaresima. La passione e morte del Cristo sono fatto storico, documentato da fonti cristiane e non cristiane, da Giuseppe Flavio al Talmud babilonese a Plinio il Giovane a Svetonio a Tacito a Luciano di Samosata, ma caricato di profondissimi significati.      Cristo catturato, torturato, ucciso nel modo più ignominioso, per le idee che diffondeva, può ben assurgere - per credenti e non credenti - a simbolo dei perseguitati e uccisi ovunque e in tutti i secoli.

La risposta di 41 artisti in mostra, di convinzioni differenti e naturalmente dei più diversi indirizzi artistici, è stata quanto mai varia.  Alcuni si soffermano sulla contemplazione e meditazione sulla Passione del Cristo, secondo i canoni tradizionali, sia pur con stilemi originali (Alloati, Bertello, Borelli, Canonica, Porporato, Maestri, Mattana). C’è una assorta e muta contemplazione (Caffaro Rore) e ci sono dipinti grandiosi - pur nel formato ridotto del bozzetto - percorsi dal vento dello Spirito, secondo il modello tiepolesco (Mazzonis) e opere che esprimono dolore e sgomento (Viarengo Miniotti, Soffiantino) e una violenza che ha la capacità di oscurare la scena (Monaco). Vi sono opere “costruite” con gli strumenti della Passione (Carbone), nelle quali la figura umana è annientata come è annientata - allorché l’uomo si accanisce contro l’uomo - l’umanità stessa. Sono esposte opere che tale atteggiamento storicizzano con riferimenti soprattutto alla più violenta storia recente (Tosalli, Terracini, Scotellaro, Saccomandi, Pozzi, Brolis, Morello, Parsani, Leocata, Laterza, Gomboli, Paolantonio).

Anche certe presenze, come lo spaventapasseri che di per sé evoca immagini solari di distese di grano maturo, sono lette come inquietante segno della riduzione dell’uomo a cosa (Pieri). Analoga la riduzione dell’Uomo a manichino nell’opera di Tomalino Serra.

E’ proposto il tema della violenza sulla natura e sull’ambiente (Oliva) e, per contro, compaiono opere che leopardianamente intendono la violenza insita nella natura stessa (Viotto, Lobalzo).

La violenza, secondo alcune opere esposte, è insita nelle religioni stesse - nell’Occidente antico l’ebraica (Genesi 22,1-8 ed episodio di Abramo e Isacco, vedi Elio Toaff 2007) e la pagano-classica - che prevedono sacrifici di vittime animali, forse in sostituzione di sacrifici umani da offrire alla divinità (Gabanino).

E’ “crocifissione” anche quella di tante donne e madri, che nel furore della violenza restano depositarie di un amore incondizionato e invincibile: le scene della Veronica (Caprioglio) e della Pietà (Bertello, Taverna, Borelli, Veremejenko, Maestri, Mattana, A. Alloati) attestano questo atteggiamento.

Ci sono artisti il cui sguardo ha saputo vedere anche la Resurrezione della primavera dopo la “morte” della natura nel periodo invernale in riferimento anche al tempo dell’anno in cui la Pasqua si celebra (Palumbo, Tomaselli). La Croce, segno di sofferenza e di morte, diviene segno di speranza e di orientamento per il viandante disperso fra i sentieri della campagna, quando indica la presenza di un campanile  di una chiesa, di un borgo (Sassi);  è simbolo di compassione come nella  leggenda del pettirosso cui Nick Edel fa riferimento: il rosso sgargiante, di cui il petto dell’animale è adorno deriva  dal sangue del Crocifisso cui esso fu l’unico essere ad accostarsi quando perfino il sole si era oscurato.

Insomma un itinerario che nella estrema sintesi imposta dalle esigenze di uno spazio espositivo relativamente ridotto - che tuttavia ospita oltre sessanta opere - offre spunti per una profonda e articolata riflessione ed è capace, almeno nelle intenzioni, di rinnovare lo sguardo sulla vicenda del Cristo, troppo sovente, in una società dalla cultura sostanzialmente superficiale ed edonistica, offuscata e banalizzata, ridotta e stravolta a pretesto per un rituale affatto laico e consumistico.

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