La Mostra - che riprende quella organizzata da D. Taverna e F. De Caria nel’86 alla Famija Turinèisa - presenta materiali originali, bronzi e gessi dei bozzetti in scala ridotta curati dall’Autore, pubblicazioni d’epoca, documenti e materiali fotografici del periodo, foto d’arte di Piero Nervo, riferimenti alle Lettere dal fronte (1916-1918) dello scultore, bozzetti messi a disposizione dall’Esercito, dal Comando per la Formazione e Scuola Applicazione dell’Esercito, e da collezionisti privati, oltre che materiali d’archivio che attestano il tributo di sangue che il Collegio ha versato. 

La Mostra fa memoria del centenario della “inutile strage” e vuol essere un omaggio ad Eugenio Baroni (1880-1935), assai illustre all’epoca, per il variare dei gusti caduto nell’ombra, dagli anni ‘80 rivalutato fra i grandi artisti del Novecento. Ed anche un ricordo dei caduti del Collegio. Illustra vari momenti dell’arte dello scultore: presenta inediti della cultura genovese in cui l’Artista operò, donati ai curatori dall’intellettuale Mimmo Guelfi (+1988) che il Baroni conobbe.

Il Monumento al Duca d’Aosta a Torino, è situato davanti alla facciata medioevale di Palazzo Madama, allo sbocco di via Po, lungo la quale sfilarono nel ’18 le truppe vittoriose; al di là del ponte, nel basamento della Gran Madre, il Sacrario dei Caduti torinesi; sulla Collina il Faro della Vittoria di E. Rubino. La pur significativa collocazione è dimessa rispetto al progetto di situarlo in piazza Vittorio, ed ancor più rispetto al grandioso progetto dello scultore – partito volontario e tornato con mutata coscienza – di una Via Crucis del soldato nelle zone di guerra: l’esito è il ritorno alla madre mutilato o cadavere oppure alla fatica del lavoro dei campi.

Giudicato disfattista, il Baroni restituì il medagliere: i gruppi scultorei vennero utilizzati in altre collocazioni. Nel monumento torinese al Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, resta lo spirito del progetto: il basamento è la stilizzazione del fronte di una trincea con le bocche per fucili e mitragliatrici, il Comandante è in divisa come i suoi soldati e coi pugni nervosamente chiusi, i soldati sono dimessi nelle divise e nelle pose: le grandi mani indicano il lavoro della campagna o dell’officina donde essi provengono.

Il Baroni si volse anche a soggetti di carattere “popolare”: ne sono esempio figure del il “trio” degli scaricatori del porto che intona un trallallero, le cui figure in gesso saranno in parte presenti in mostra. Insomma un itinerario dal sublime al quotidiano, dal “tragico” al “comico”, di verso contrario a quello di tanta arte celebrativa romantica prima e novecentesca poi. Un grande ringraziamento all’Esercito Italiano e in particolare alla Scuola di Applicazione di via Arsenale: la disponibilità degli ufficiali e dei sottufficiali ha consentito ricerche e riprese e ha messo a disposizione preziosissimi pezzi.

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